Fin dall’inizio della sua attività , la Scuola Professionale Edile di Firenze(SPEF) ha scelto il cantiere-scuola come luogo privilegiato di formazione.
Privilegiato, quindi, non unico.
Molto probabilmente questa decisione non è stata preceduta da dotte discussioni teoriche, ma dettata da quello che si dice un sano pragmatismo. La discussione sulle linee da seguire non avveniva infatti tra professionisti dell’educazione o della formazione, ma fra le parti sociali, attori che conoscevano molto bene , direttamente o indirettamente, il mestiere, e sapevano per esperienza che questo s’impara operando. D’altra parte era così che fino a non molti anni prima si imparava il mestiere: tramite un lungo apprendistato e tirocinio.
Infatti con lo sviluppo della tecnologia questo metodo d’insegnamento di un mestiere era venuto meno e, anche se in un modo meno esteso ed in ritardo, pure in edilizia questa aveva distrutto non solo molti mestieri, professionalità e conoscenze(sia tecniche quanto pratiche), ma anche l’ambiente dove avveniva la formazione.
Nel comune “sentire” di chi propone questo nuovo approccio e nella situazione attuale in un settore così peculiare come quello del restauro , la formazione diviene allora una doppia necessità, in quanto richiede sia di recuperare quanto di trasmettere i metodi,le tecniche ed i materiali della tradizione, inquadrandole anche in un contesto che tenga conto delle tecniche e dei materiali moderni, spesso frutto delle ricerche e sperimentazioni più sofisticate. La formazione, in definitiva, deve aggiungere le conoscenze storiche e ambientali relative all’oggetto su cui si interviene.
Inizialmente il cantiere-scuola, con questa sua esigenza di svolgere sul campo un lavoro e di finirlo, poteva lasciare spazio ad un pragmatismo banale, limitandosi pressoché esclusivamente all’insegnamento della sola pratica;in seguito è emersa, frutto naturale dell’esperienza, la consapevolezza che senza una base teorica semplice ma organica, qualsiasi formazione sarebbe rimasta incompleta, inadeguata e soprattutto incapace di autosviluppo.
Il primo compito di ogni formazione è infatti quello di insegnare ad imparare , soprattutto quando, come in quest’epoca tecnologica, le specializzazioni tanto più sono rigide tanto prima divengono obsolete. L’edilizia, per quanto non completamente assimilabile al resto dell’industria, non sfugge certamente a quella che è l’esigenza fondamentale, cioè imparare ad imparare. La formazione nella scuola professionale si poneva dunque compiti gradualmente sempre più complessi ed il cantiere-scuola, di riflesso, esprimeva sempre più grande potenzialità.
L’esperienza della Scuola Professionale Edile riguarda prevalentemente i giovani all’uscita della scuola dell’obbligo; le osservazioni che saranno espresse in seguito avranno come riferimento questi allievi.
In molti casi si tratta di una fuga dalla scuola, di una “espulsione dolce” dove si consiglia l’allievo di proseguire corsi di formazione professionale. Ad ogni modo ritengo opportuno precisare che le motivazioni per cui gli allievi partecipano ai corsi non si esauriscono nel semplice ripiego dopo un precedente fallimento nel percorso tradizionale di studi,ma contemplano anche un puro desiderio di apprendere “concretamente” un mestiere qualificato con immediata spendibilità sul mercato del lavoro.
L’aspetto peculiare del cantiere-scuola, caratteristica sua propria, è, come detto precedentemente, l’ambiente di lavoro e di insegnamento uniti insieme, che configurano il contesto reale in quanto tale. Questo, difficilmente lo ritroviamo nell’istruzione tradizionale, in quanto questa esperienza confluisce in un punto dove si incontrano nello stesso momento e senza separazione logica o cronologica tra i saperi, tutte le nozioni teoriche e pratiche, i comportamenti che ne derivano , e le relazioni organizzative, tecniche e umane tra gli allievi, insegnanti e ambiente di lavoro. La manualità, una singola mansione, una conoscenza teorica possono essere appresi in aula o in laboratorio, al limite anche in un’impresa, ma il comportamento, l’interazione tra gli insegnanti e gli allievi e colleghi, la disciplina che scaturisce non dalla gerarchia o dal comando , ma dalla organizzazione del lavoro , possono venire solo dal cantiere/scuola reale. Nell’esperienza della Scuola Edile fiorentina il cantiere non interviene di tanto in tanto come periodo di stage , ma è scuola a tempo pieno per tutta la durata del corso . La necessità di adeguare l’insegnamento alle fasi del lavoro e non viceversa, quindi l’insegnamento al lavoro e non lavoro all’insegnamento, rende pressoché impossibile l’adozione di un percorso didattico rigido , prestabilito; in più, le diverse soluzioni tecniche ed estetiche adottate dai progettisti implicano aggiornamenti e integrazioni continue rispetto al programma d’insegnamento, che rappresentano un notevole arricchimento culturale e professionale per tutti gli operatori presenti, allievi ed insegnanti. Di conseguenza, l’insegnamento di routine è quasi eliminato, e per non gravare troppo l’allievo con queste continue innovazioni, il programma medesimo ha bisogno di verifiche e mutamenti, sia nei contenuti che nel linguaggio. Ma non è dentro i programmi che si possono giudicare i risultati più positivi del cantiere scuola. La diversità rispetto all’insegnamento tradizionale si può cogliere nelle seguenti caratteristiche: